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31 marzo: nel 1980 moriva il grande Jesse Owens - Copia

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31 marzo 1980: muore Jesse Owens, il più grande atleta del XX° secolo.

Jesse Owens, nasce ad Oakville (Alabama) il 12 settembre del 1913. Sin dai primissimi anni di vita conosce miseria e povertà e vive secondo la filosofia dell'arrangiarsi per vivere come altri milioni di ragazzi neri nel periodo della Grande Depressione americana. Owens è ricordato nella storia dello sport mondiale come l'atleta che, alle Olimpiadi di Berlino del 1936, vinse ben quattro medaglie d'oro: il 3 agosto vinse i 100 metri, il 4 agosto il salto in lungo, il 5 agosto i 200 metri ed infine il 9 agosto la staffetta 4x100. Il suo record di quattro ori in atletica leggera nel corso di una stessa Olimpiade, non fu mai battuto, ma venne solo eguagliato ai Olimpiadi di Los Angeles 1984, dal connazionale Carl Lewis, che vinse altrettante medaglie (di pari valore) nelle stesse gare. C'è da evidenziare che questo autentico "superatleta" non si presentò a Berlino da outsider, ma scese in pista con un palmares di tutto rispetto: infatti l'anno precedente (il 25 maggio del 1935), nel giro di 45 minuti, al Big Ten meet di Ann Arbor (Michigan), stabilì i record del mondo di salto in lungo, 220 yarde, 220 yarde ad ostacoli, ed eguagliò quello delle 100 yarde. Owens morì di cancro ai polmoni all'età di 66 anni a Tucson (Arizona) il 31 marzo del 1980. È sepolto nell'Oak Woods Cemetery, di Chicago.

Bandiera contro il razzismo

Le vittorie di Owens all'Olimpiade tedesca sono legate anche ad un episodio extrasportivo, molto attinente al clima razziale del Terzo Reich che fece da corollario a tutto l'evento: Adolf Hitler non strinse la mano al campione americano dopo la sua vittoria nel salto in lungo, ove arrivò secondo il tedesco Luz Long. I giornali americani (ma anche tutta la "stampa libera" straniera) diedero a questo equivoco (e vergognoso) atteggiamento del Fuhrer il significato più ovvio: il suo rifiuto a rendere onore a questo atleta perché "negro" e quindi, come tale, un "essere inferiore". Un certo "revisionismo storico" che sembra caratterizzare questo inizio di terzo millennio cerca (…in modo sottile) di sminuire questo squallido atteggiamento del dittatore, facendo leva su una "libera" traduzione di quanto scritto sull'episodio dallo stesso Owens nella sua autobiografia, laddove sembra che il campione affermi che mentre passava sotto la tribuna di Hitler per rientrare negli spogliatoi si accorse che il dittatore alzandosi in piedi, gli fece un segno di saluto con la mano, cenno che l'atleta contraccambiò con cortesia. Premesso che anche se così fosse, ciò non riabiliterebbe minimamente il Fuhrer dagli orrori e dalle tragedie connesse alla sua assurda politica, rimane comunque il fatto che, come dimostrano documentazioni filmate, Hitler non si comportò con Owens come fece invece con quegli altri atleti che, in sua presenza, vinsero allori olimpici. In realtà il ridimensionamento revisionista di questo sconcertante episodio nasce da una "interpretazione forzata" di quanto scritto veramente da Owens nel suo libro, accennando ad un altro grave episodio di discriminazione subìto dall'atleta, stavolta addirittura ad opera del presidente degli Stati Uniti d'America, Franklin D. Roosevelt. Questi infatti annullò un appuntamento alla Casa Bianca con l'eroe di Berlino, perché, essendo in clima elettorale, non voleva creare problemi (e dissidi) nei suoi rapporti con gli Stati del Sud, da sempre culturalmente molto vicini alle odiose politiche razziali. E Owens in un passaggio nel suo libro sottolineava con amarezza che "era pur vero che Hitler non gli aveva stretto la mano, ma era altrettanto vero che il Presidente Roosevelt evitò di riceverlo".

LA DIFFICILE VITA POST-OLIMPIADI
Le medaglie e i record non hanno regalato la ricchezza ad Owens. L'atleta, dopo i trionfi di Berlino, per sopravvivere fu costretto a trasformarsi in un fenomeno da baraccone. Smise l' attività ufficiale da atleta e comincià (dietro compenso) a sfidare cavalli, bici, auto e moto; faceva anche gare ad handicap (cioè concedendo dei metri di vantaggio all'avversario) con chiunque volesse sfidarlo. Ci vollero diversi anni prima che Jesse si accorgesse che aveva intrapreso una strada umiliante per la sua storia sportiva. Fu la molla per ritrovare il coraggio di ripartire da zero. Riprese gli studi, iniziò a divorare libri e riviste. Divenne preparatore atletico della famosa squadra di pallacanestro degli Harlem Globetrotters, scendendo anche lui sul parquet e dando dimostrazioni dello scatto dai blocchi e della tecnica di passaggio degli ostacoli. In età più adulta si è poi occupato di pubbliche relazioni, e divenne anche commentatore per programmi sportivi. I riconoscimenti alla sua figura di atleta arrivarono con ben trent'anni di ritardo rispetto alle Olimpiadi del 1936: nel 1976 il presidente Ford gli consegnò la Medaglia per la libertà, il massimo titolo per un civile americano riservandogli queste parole: "
Owens ha superato le barriere del razzismo, della segregazione e del bigottismo mostrando al mondo che un afro-americano appartiene al mondo dell'atletica". Berlino, nel 1984, gli ha dedicato una via a pochi passi dallo stadio dove aveva dipinto il suo capolavoro. A Cleveland, sua città natale, è stata eretta una statua in bronzo. Dieci anni dopo la sua morte, nel 1990, il presidente George Bush padre gli ha concesso, postuma, la Medaglia d'oro del Congresso.

UNA TOCCANTE STORIA DI AMICIZIA CHE SOLO LO SPORT SA DARE
Un altro elemento ricco di significati positivi che segnò i suoi trionfi olimpici è legato ad una storia di profonda amicizia nata sui campi di gara, e che ha come co-protagonista Luz Long, l'atleta tedesco per cui Hitler stravedeva e su cui la Germania contava per la vittoria nella gara del salto in lungo. Nella qualificazione Owens aveva sbagliato i primi due dei tre salti a disposizione per passare il turno. Prima del terzo salto Luz Long, che conosceva bene la pedana, pur sapendo che quanto stava facendo avrebbe pregiudicato la sua corsa all'oro olimpico, suggerì a Owens di anticipare il punto di battuta: cosa che Jesse fece "a pennello", riuscendo così a superare la misura di qualifica. In finale Owens stravinse, segnando tra l'altro il nuovo record del mondo che durò decenni: Long, tutt'altro che rammaricato di quel suo gratuito suggerimento, fu il primo a congratularsi con Jesse. Nacque così un'amicizia che si sviluppò negli anni seguenti, purtroppo solo attraverso la via epistolare. Scoppiato il secondo conflitto mondiale, Long fu chiamato alle armi, nell'esercito tedesco, col grado di ufficiale. Era in Italia, a Cassino, quando ricevette la notizia che la moglie aveva dato alla luce il suo primo (ed unico) figlio. Ne rese partecipe subito l'amico americano, semprre ovviamente per lettera, chiedendogli (presago della sua imminente e tragica fine) un favore: semmai non fosse uscito vivo da quella brutta avventura, lo invitava a far sapere a suo figlio la loro storia, e soprattutto a trasmettere al ragazzo l'insegnamento di quanto sia importante l'amicizia nella vita e di come essa sia possibile, nonostante gli orrori e le divisioni che la guerra comporta. Luz Long morì il 14 luglio 1943, dopo essere stato gravemente ferito nella famigerata battaglia di Cassino, e così, a guerra finita, Owens fece di tutto per rintracciare la famiglia dell'amico tedesco. Ci riuscì dopo diverso tempo e dopo mille difficoltà, avendo tra l'altro il piacere di essere presente al matrimonio del figlio di Long in qualità di ospite d'onore.

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