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15 luglio 1948

ARCHIVIO > LE STORIE DELLO SPORT > PILLOLE DI STORIA DELLO SPORT
I TRIONFI DI BARTALI SULLE STRADE DEL TOUR ATTENUANO LE TENSIONI SOCIALI IN ITALIA DOPO L'ATTENTATO A TOGLIATTI DEL 14 LUGLIO
IL FATTO
Il 14 luglio 1948 un esagitato anticomunista di estrema destra, Antonio Pallante, attentò alla vita del segretario del PCI Palmiro Togliatti, una delle personalità più note del panorama politico italiano ed internazionale, riducendolo in fin di vita e portando sulle barricate decine di migliaia di manifestanti in diverse città d’Italia. La Spezia, Roma, Napoli, Genova, Taranto furono teatro di cortei spontanei animati da convinti comunisti che incitavano alla rivoluzione e furono repressi dalle forze dell’ordine, lasciando diversi morti sul terreno. L’Italia visse per alcune ore un clima di autentica guerra civile, spaccata in due dai colpi di pistola indirizzati a Togliatti, ma nei due giorni successivi a rasserenare gli animi e distogliere gli italiani dagli ardenti pensieri di rivolta giunsero le notizie trionfali sull’andamento del Tour de France: con due azioni magistrali, centinaia di chilometri di fuga solitaria e dopo il superamento di numerose salite impegnative quali l’Izoard e il Galibier, Gino Bartali aveva ribaltato le sorti del Tour de France, recuperando venti minuti a Louison Bobet e giungendo ad indossare la maglia gialla dieci anni dopo la sua prima passerella a Parigi. Quel 14 luglio, una telefonata ancora oggi velata dal mistero era intercorsa tra Roma e Cannes, mettendo in contatto Bartali con Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, che chiese ad uno degli sportivi più amati d’Italia un contributo alla risoluzione della crisi sociale apertasi d’improvviso in Italia. Bartali sapeva unire, e seppe dimostrarlo nell’ora di massimo bisogno: sebbene meno determinanti degli appelli conciliatori di Togliatti, ripresosi nelle stesse ore dalle operazioni successive all’attentato, è infatti innegabile che le sue gesta e le vittorie sul suolo francese ebbero un ruolo significativo nel ritorno alla normalità dell’Italia dopo tre giorni roventi; sulle reali parole scambiate da Bartali e De Gasperi si è molto dibattuto, e lo stesso fuoriclasse ha più volte chiosato, cercando di sminuire il suo ruolo nella vicenda in ossequio alla sua proverbiale modestia. Tuttavia, una cosa è certa: il grande statista democristiano sentì più volte il bisogno di ringraziare pubblicamente Ginettaccio, certificando una volta per tutte il suo ruolo di primo piano in una vicenda tra le più scottanti dell’Italia del Novecento.

LA CRONACA (Testo di Marco Innocenti, da Sole 24 Ore sito online, anno 2008 Sezione Cultura, rubrica Storie dalla Storia)
14 luglio 1948: l'attentato a Togliatti
«Hanno sparato a Togliatti». La notizia fulmina gli italiani intorpiditi dal caldo il 14 luglio 1948. La voce dell'attentato si sparge a macchia d'olio e dall'Italia profonda sale un'esclamazione che sa di imprecazione: «Madonna, è Togliatti». A tre mesi dalle elezioni che hanno punito il Fronte popolare, Antonio Pallante, un esaltato studente di destra, offre al Pci la carta della rivincita.
Una scarica di rabbia
Mentre Togliatti si risveglia dall'anestesia la rabbia del popolo di sinistra si scarica in una serie di confuse manifestazioni a metà strada fra la jacquerie e l'insurrezione. Cortei imbandierati di rosso, furiosi come una piena in Polesine, battono le strade d'Italia. Il sincero dolore di compagni e simpatizzanti, l'angoscia, la voglia di rivoluzione e di rivincita si sommano e caricano le ore di paura. Il Paese è percorso da una scossa elettrica: operai e contadini in piazza, sciopero generale prima spontaneo poi ufficiale, l'urlo della folla in marcia, le fabbriche occupate, le sedi cattoliche devastate, le camionette della Celere in azione, i comizi del Pci, i primi colpi, le prime violenze.
Si spara
Il 15 compaiono i mitra: i dimostranti sparano, i celerini rispondono, si contano i primi morti. Togliatti ha invitato alla calma, ma l'Italia è un vulcano. Genova, Firenze, Torino e Venezia sono in rivolta. Il Governo mette in campo l'esercito. Sono le ore più drammatiche della breve storia repubblicana. Siamo nell'anticamera della guerra civile. In un Paese fermo - niente giornali, tram nelle rimesse, treni bloccati, Borsa chiusa - Scelba parla alla Camera. «È l'unico democristiano con gli attributi», dicono di lui, e non sbagliano. Le sue parole sono chiare: il Governo è in grado di controllare la situazione, polizia, carabinieri ed esercito non cedono alla piazza. Mostrando con energia la faccia legale del Paese, il ministro degli Interni di De Gasperi sta vincendo la sua battaglia.
La "bomba" Bartali
Mentre il pomeriggio tende alla sera giunge dalla Francia una notizia "bomba". Bartali, a 34 anni, ha distrutto Bobet e Robic sulle montagne del Tour. Grazie al suo potere sedativo la passione sportiva decongestiona quella politica. Il "vecchio" catalizza le emozioni degli italiani e contribuisce a sciogliere i grumi dell'odio. Un salvatore in più per l'Italia, che si aggiunge a Scelba, a Togliatti, al "pompiere" Stalin e forse a se stessa, perché, alla fine, a fatica, prevale il buonsenso. E la rivoluzione rientra nel cassetto.



LA CRONACA SPORTIVA
La delegazione italiana che a fine giugno 1948 si presenta in Francia per prendere parte al Tour è priva di due atleti che sarebbero stati sicuramente fra i favoriti: Fausto Coppi e Fiorenzo Magni restano a casa, l’uno per scelta personale e l’altro perchè politicamente sgradito al di là delle Alpi.  La squadra diretta dall’ormai leggendario Alfredo Binda punta tutto su un Bartali già trentaquattrenne, che ben pochi considerano in grado di ripetere l’impresa di dieci anni prima. Non è facile per gli italiani presentarsi Oltralpe. La “pugnalata alla schiena“, parafrasando Franklin Delano Roosvelt, inflitta dal Regio Esercito all’Armée de Terre soltanto otto anni prima ha lasciato un profondo squarcio, soprattutto morale, che verrà suturato con grande fatica nel corso degli anni. Di conseguenza  i nostri corridori non sono propriamente i benvenuti, e più di una volta vengono fatti oggetto di insulti e invettive. La corsa scatta il 30 giugno e il traguardo di Trouville premia sorprendentemente proprio Ginettaccio, abilissimo nell’imporsi allo sprint sul belga Schotte e sul francese Teisseire. Il giorno successivo a Dinard, in Bretagna, è ancora un azzurro ad alzare le braccia al cielo, visto che il ligure Vincenzo Rossello si permette il lusso di battere Louison Bobet, da molti considerato il favorito numero uno per quella Grande Boucle. Tuttavia, la maglia gialla passa sulle spalle del belga Jan Engels. Le tappe successive vedono emergere lo strapotere di Bobet. E, nonostante Bartali riesca ad imporsi a Lourdes e Tolosa, il giovane bretone si difende nettamente meglio del toscano sui Pirenei, imponendosi a Biarritz e Cannes e conquistando sin dalla sesta tappa l’agognato simbolo del primato. Belgi e francesi attaccano a ripetizione per mettere definitivamente fuori gioco l’atleta di Ponte a Ema, che difatti il 13 luglio, praticamente a metà Tour, si ritrova con 21′ di ritardo da Bobet.
Buona parte dei giornalisti e dei fotografi italiani al seguito della corsa fanno rientro in patria, sia perchè per i nostri corridori non sembrano più esserci speranze di successo (“Ha 34 anni, è troppo vecchio per il Tour!”, scrivono proprio di Gino Bartali i nostri quotidiani), sia perchè il 14 luglio, festa nazionale francese e giorno di riposo per la Grande Boucle, c’è stato l’attentato a Togliatti ed il paese sembra precipitare verso la guerra civile.
La sera di quel giorno il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi telefona ai corridori italiani, pregando Bartali di vincere “perchè qua c’è una grande confusione”. Gli atleti azzurri, comprensibilmente preoccupati per le sorti dei loro familiari, vengono rassicurati dalle parole del premier e decidono di continuare a gareggiare nella corsa francese. Nello specifico, Gino è assolutamente motivato a ribaltare quella sfiducia totale che gli addetti ai lavori avevano dimostrato nei suoi confronti: le Alpi sono ormai prossime e il toscano vuole vincere, deve vincere, sia per se stesso, sia per cercare di distrarre e placare i roventi animi degli italiani.
Il giorno successivo la carovana si muove da Cannes verso Briançon, ad un passo dal confine con l’Italia. L’Allos ed il Vars, prime due salite affrontate in quella frazione, vedono gli attacchi decisi dal francese “testa di vetro” Jean Robic (era solito correre con il capo riparato da un vistoso casco protettivo), del belga Raymond Impanis e del franco-greco Apo Lazarides, con Gino Bartali che si limita a controllare. Il Col d’Izoard è un’ascesa di 16 km al 6,9%, che scollina a 2361 metri, là dove volano le aquile, per rendere sinistramente l’idea.
Sui tornanti di questa salita durissima, destinata ad entrare nella leggenda del ciclismo, l’atleta toscano saluta tutti e se ne va via, con una serie di micidiali scatti che fanno il vuoto alle sue spalle, sputando sabbia e fango in un clima rigidamente invernale. All’arrivo, il capitano della squadra italiana  precede di 6’18” Alberic Schotte e di 9’15” Fermo Camellini. Louison Bobet è andato alla deriva, accusando un ritardo di 19′ abbondanti: ora il suo vantaggio sull’Intramontabile, come ha intitolato il recente sceneggiato televisivo Rai dedicato alla vita del Ginettaccio, è ridotto ad una miseria, poco più di un minuto.
Questa impresa davvero epica emoziona il popolo italiano, ora più che mai con le orecchie attaccate alle radio per esaltarsi alle gesta di questo grande campione sul punto di ribaltare una classifica che sino al giorno prima lo dava per spacciato.
Il 16 luglio è in programma un altro “tappone”, 263 km da  Briançon ad Aix-les-Bains, attraverso il Galibier, la Croix de Fer,  il Grand Coucheron ed il Granier. Anche in quest’occasione Bartali è incontenibile, e nessuno riesce a tenere la sua ruota: il primo dei battuti, ovvero Stan Ocker, arriva a quasi 6 minuti, con il toscanaccio che riconquista quella maglia gialla già sua dopo la prima tappa a Trouville. L’Italia è in estasi per queste imprese, lo stesso Togliatti si compiace per quanto sta accadendo al Tour, e questi trionfi sportivi, unitamente ai ripetuti inviti alla calma da parte dei leader politici, creano un particolare mix che  permette al nostro paese di uscire gradualmente da una situazione drammatica: niente rivoluzione, niente guerra civile, si fermano anche i ferocissimi scontri di piazza, ritornando passo dopo passo alla normalità.
I quotidiani, prima impietosamente critici nei confronti del fiorentino, ora lo incensano per le sue prodezze, che non sono certo destinate a fermarsi. Gino vince anche a Losanna, infilando un filotto di tre tappe degno realmente dei più grandi campioni. Mentre a Liegi arriva il sigillo numero sette per il capitano, a Metz e nella tappa conclusiva di Parigi c’è gloria anche per il siciliano Giovanni Corrieri, fido gregario del Vecchiaccio, che nella sfilata finale ai Campi Elisi di Parigi conclude questoTour de France con 26’16” su Alberic Schotte e 28’48” sul francese Guy Laperbie, con Bobet quarto ad oltre mezz’ora. Per Bartali c’è anche la vittoria nella classifica speciale dei gran premi della montagna. La corsa transalpina si dimostra dunque un vero trionfo per gli azzurri: maglia gialla, maglia a pois di miglior scalatore e dieci successi di tappa: decisamente non male per una squadra che solo un mese prima sembrava una grottesca armata Brancaleone mandata allo sbaraglio senza i fenomenali Coppi e Magni, e capitanata da un atleta “troppo vecchio per vincere il Tour”.
Quando il 25 luglio Ginettaccio sale sul podio parigino, la situazione nel nostro paese si è definitivamente placata: quasi come se una mano invisibile avesse dato più di una spinta al sellino dell’atleta toscano che, cavalcando con maestria la sua Legnano, è riuscito in un’impresa entrata di diritto nella leggenda

Testo da pubblicato il 4 luglio 2014 da Marco Regazzoni alle ore 20:30 in Ciclismo, Rubriche, Storia, Strada  www.oasport.it

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