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13 luglio 1967

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In questa data, nel 1967, fa moriva sul Mont Ventoux al Tour de France il corridore inglese Tom Simson
COLPO DI CALORE E  ANFETAMINE
Il 13 luglio 1967 fa moriva sul Mont Ventoux al Tour de France il corridore inglese Tom Simson. Non era un corridore qualunque, insomma un “Carneade” (nome simbolo del perfetto sconosciuto) ma un grande campione del pedale: professionista dal 1959, fu innanzitutto campione del mondo della gara su strada in linea nel 1965, e vinse nella sua carriera anche altre corse prestigiose, come il Giro delle Fiandre, la Milano-Sanremo ed il Giro di Lombardia. Purtroppo però Simpson è ricordato nella storia dello sport e del ciclismo soprattutto per la sua tragica morte, avvenuta durante la tredicesima tappa del Tour de France del 1967: nella salita del Mont Ventoux. Quel giorno, come spesso accade su quella montagna, c’era una situazione climatologica ed ambientale micidiale. Era una giornata eccezionalmente calda, e Simpson andò in crisi. Il campione dapprima si fermò, ma poi volle proseguire anche per l'incitamento ricevuto dai presenti. Dopo pochi minuti ebbe un collasso cardiaco e tutti i tentativi di rianimarlo furono inutili. In base ai risultati dell'autopsia si conobbe una verità amara: la concause della morte furono il caldo e le anfetamine da lui assunte per migliorare la propria prestazione. Tom Simpson è per questo motivo considerato una delle prime vittime del doping. Nell'area ove accadde il drammatico episodio è stata eretta una stele in ricordo dello sfortunato atleta inglese.
COSA E' IL MONT VENTOUX
Il Mont Ventoux è una delle montagne più particolari al mondo per conformazione, posizione e stranezze; ma è anche e soprattutto uno dei teatri leggendari del ciclismo, un’ascesa affrontata più volte al Tour de France e che spesso ha determinato le sorti della classifica generale della Grande Boucle. Più specificatamente il Mont Ventoux, (che è il monte più alto della Provenza) ha una superficie calva (è infatti chiamato anche Monte Calvo) che gli permette di essere visibile da tutti gli angoli della regione. E’ noto sin dai tempi antichi (sembra che nel 1300, durante il suo soggiorno ad Avignone, sia stato “scalato”, ovviamente a piedi, dal Petrarca, che poi ha provveduto a descriverlo in una sua opera minore)  ed il suo nome, Ventoux ossia Ventoso, deriva dal fatto che in cima soffia spesso il potente Mistral, in grado di sfiorare i 200 km/h che rende il paesaggio simile a quello di un pianeta inesplorato con rocce limate dal vento e pochissime forme di vita. Altra caratteristica micidiale sono le sue temperature quasi insopportabili d’estate, con l’asfalto che si liquefa sotto i copertoni; però basta un minuto perché la situazione cambi radicalmente con il Mistral che arriva imponente spazzando gli ultimi 10 km di ascesa e “gelando” i coraggiosi. Ha debuttato nel panorama ciclistico nel 1951 non come sede d’arrivo ma all’interno della tappa del Tour Montpellier-Avignone. Al Mont Ventoux hanno trionfato fior di campioni del ciclismo, Charly Gaul nel 1958, Raymond Poulidor nel 1965, Eddy Merckx nel 1970, Bernard Thévenet nel 1972, Marco Pantani nel 2000 davanti a Armstrong, e Richard Virenque nel 2002.
UN GIALLO? O MEGLIO UN DRAMMA UMANO!
Proponiamo un testo pubblicato sul sito Sport Vintage il 28 gennaio del 2010 interessante ed intrigante, elaborato su informazioni e documentazioni che sembrano molto vicine alla realtà

Per un corridore tanto affamato di successo, la conquista del Tour de France avrebbe rappresentato il momento più alto della vita sportiva: più importante del campionato del mondo, più di ogni altra corsa a tappe, e più delle grandi classiche in linea. E Simpson voleva dimostrare a tutti di essere non soltanto un grande passista, ma anche un “uomo da Tour“.
Alla vigilia della tappa del Mont Ventoux stava dimostrando di esserlo a tutti gli effetti, dall’alto di una onorevolissima settima posizione in classifica generale. E la mattina di quel 13 luglio 1967, alla partenza nel centro di Marsiglia, con un caldo così soffocante da indurre gli organizzatori a distribuire foglie di verza da mettere sotto il cappellino a guisa di protezione, Tom Simpson si era svegliato di buon umore, tanto che aveva anche mimato una benedizione agli altri corridori, inzuppando quelle foglie con l’acqua minerale. Fisicamente la sua condizione era meno incoraggiante. Già dalla salita del Galibier aveva cominciato a soffrire di una fastidiosa dissenteria che lo aveva sensibilmente indebolito. Anche strategicamente la situazione non era proprio l’ideale, visto che la sua squadra, la Gran Bretagna, era stata decimata dai ritiri nel corso della manifestazione, riducendosi ora ad appena tre unità oltre lui. Anche i tre gregari rimastigli accanto non erano in grado di fornire un grande sostegno, e solo raramente riuscivano a mantenere il contatto con i gruppi di testa durante le salite. Dopo 137 chilometri, percorsi tutti sotto il sole battente e sotto il ronzio delle cicale che infestavano la Provenza a fare da colonna sonora, l’agenda della tappa aveva previsto un ultimo rifornimento a Carpentras, prima di scalare il Ventoux, per poi ridiscendere di nuovo nella stessa Carpentras dal versante opposto.
Del resto all’epoca non era permesso prendere acqua o cibo dalle auto delle squadre, e i gregari si precipitavano nei bar lungo il percorso a fare incetta di bevande. E proprio in un bar per la strada, come ha ricordato il giornalista del Guardian, William Fotheringham, nel suo libro “Put me back on my bike“, un gregario di Simpson, l’inesperto neo professionista Colin Lewis, oltre alla Coca Cola, aveva avuto la folgorazione di portare al suo capitano anche una bottiglia di cognac.
Il capitano era troppo assetato per dire di no. Secondo il racconto di Lewis, aveva afferrato spavaldamente quella bottiglia di cognac piena per un quarto, e ne aveva ingurgitato un’abbondante sorsata, prima di gettarla in un campo di girasoli. Il sole caldo di luglio, unito ai superalcolici, poteva generare già di per sé una miscela micidiale. Ma Simpson, dopo aver placato la sete, aveva estratto dalla tasca posteriore della sua maglietta di cotone (quelle sintetiche in poliestere erano ancora prossime a venire) uno dei suoi tre tubetti di anfetamine, e ne aveva ingerito una compressa.
Infatti, come ricorda il suo stesso gregario e compagno di stanza a quel Tour de France, il solito Colin Lewis, citato sempre nel libro di Fotheringham, due loschi trafficanti italiani di anfetamine (a quei tempi il nostro paese godeva dell’assai poco dignitosa reputazione di centro di smercio di queste sostanze) erano comparsi alla porta della sua camera d’albergo. Simpson li aveva accolti a braccia apperte, acquistando da costoro una scatola di Mickey Finns, come chiamava familiarmente le anfetamine, ad un prezzo di 800 sterline, una cifra corrispondente a più di dieci volte la paga mensile di un ciclista professionista di medio livello.
Appena il gruppo dei corridori era giunto ai piedi del Mont Ventoux era scattata la bagarre tra i migliori in classifica generale. Lo spagnolo Julio Jiménez, seguito come un’ombra dal francese Raymond Poulidor, aveva preso qualche preziosa decina di metri di vantaggio su un gruppetto formato dalla maglia gialla Roger Pingeon, Felice Gimondi, Franco Balmamion, l’olandese Jan Janssen, e a chiudere, un Tom Simpson in visibile affanno. Più dietro, la matassa dei corridori, compattissima fino a poco prima, aveva cominciato a sfilacciarsi in piccoli gruppetti sparsi.
Raymond Poulidor era uno scalatore puro, ma in quanto compagno di squadra della maglia gialla Pingeon non aveva collaborato con Jiménez per la buona riuscita della fuga. Anzi, aveva applicato alla lettera i fondamenti dell’ostruzionismo, e quando si alzava dal sellino, era solo per raggiungerlo, sorpassarlo e rompergli il ritmo. Il loro effimero vantaggio si era così inevitabilmente assottigliato, fino a venire riassorbito del tutto dalla reazione del gruppetto dei migliori, dal quale intanto Tom Simpson cominciava a perdere contatto.
L’ossigeno si era rarefatto man mano che si saliva in altura. Non c’erano già più alberi a riparare la strada dal sole, e solo le borracce, allungate dai più misericordiosi tra i quasi centomila spettatori sparsi per la montagna, potevano offrire qualche attimo di refrigerio. A dieci chilometri dalla vetta i sei uomini in testa, a cui si era appena aggiunto lo spagnolo Eduardo Castelló, sembravano scollinare con eleganza e disinvoltura, mentre l’andatura dell’inglese, già affaticata, si appesantiva inesorabilmente. Simpson, in sempre più evidente difficoltà, era stato raggiunto da un altro plotoncino di cinque inseguitori, condotto dal francese Lucien Aimar, il vincitore del Tour dell’anno prima. Ma anche in questo gruppetto la sua permanenza sarebbe stata breve, e lo stesso Aimar testimonierà che prima di distaccarlo definitivamente: “Gli ho offerto una borraccia, ma lui non mi ha potuto sentire. Il suo sguardo era perduto nel vuoto. Eppure la cosa più strana era che continuava a tentare di superarmi. Io gli ho detto di non fare sciocchezze. Ma lui non mi ha nemmeno risposto.” I fatti raccontati da Aimar avvenivano a poco più di cinque chilometri dalla sommità del Mont Ventoux. Ed è a questo punto che la crisi di Simpson si era aggravata drammaticamente. In condizioni normali probabilmente si sarebbe ritirato, o almeno avrebbe notevolmente diminuito la propria andatura. Ma l’effetto delle anfetamine aveva reso il suo sistema nervoso insensibile alla fatica, mentre l’azione combinata del caldo torrido, del sole delle tre del pomeriggio, della rarefazione dell’ ossigeno a quasi duemila metri di altitudine, e di uno sforzo al di là dei propri limiti, lo stava distruggendo fisicamente. A due chilometri e mezzo dalla cima le sue difficoltà si stavano tramutando in un dramma vero e proprio. Aveva cominciato a pedalare a zig-zag, e sembrava dovesse crollare sull’asfalto da un momento all’altro. Il suo fisico era sul punto di cedere di schianto, ma il cervello gli suggeriva di andare avanti ancora. Avrebbe continuato così per un altro chilometro, quando dall’auto della sua squadra sarebbero usciti i suoi secondi per soccorrerlo.
Ma Tom Simpson, ormai intorpidito dall’insolazione e dalle anfetamine, aveva intimato loro con un filo di voce e un tono apatico: “No, no.  Voglio andare avanti. Lasciatemi andare.”
Gli uomini della rappresentativa britannica inizialmente avevano eseguito alla lettera gli ordini del loro capitano, e lo avevano lasciato continuare per alcune decine di metri ancora. Poi, quando si erano resi conto che aveva perso del tutto ogni lucidità, erano tornati sui loro passi, e lo avevano accompagnato sul ciglio della strada. Anche questa volta però, Simpson aveva continuato a ripetere ossessivamente: “On, on, on. (Avanti, avanti, avanti).”
Il giorno dopo un giornalista del Sun e di Cycling Weekly, Sidney Saltmarsh, avrebbe scritto che le sue ultime parole erano state: “Put me back on my bike” (“Rimettetemi in sella“). Questa frase, ben più suggestiva di quella realmente pronunciata, avrebbe colpito l’immaginario degli appassionati di ciclismo di tutto il mondo, e sarebbe diventata l’icona della sua odissea.
Riportando lo sguardo sulla tragedia del Mont Ventoux, Simpson era stato steso sulla pietraia biancastra, a poco più di un chilometro dalla vetta. I soccorsi erano arrivati dopo circa dieci minuti. E il dottor Pierre Dumas, il medico ufficiale del Tour de France fin dal 1952, gli aveva praticato una respirazione bocca a bocca, prima di applicargli una rudimentale maschera d’ossigeno sul viso.
Mentre il campione inglese agonizzava sul margine destro della strada, un chilometro e mezzo più in alto, Julio Jimenez, dopo essersi finalmente sbarazzato dell’asfissiante marcatura di Poulidor, arrivava a tagliare per primo, e con più di un minuto di distacco sui più diretti inseguitori, il traguardo del Ventoux, in cui era posto il Gran Premio della Montagna. Il suo vantaggio però si sarebbe squagliato rapidamente nei venti chilometri di discesa a capofitto verso il traguardo finale di Carpentras, dove avrebbe vinto allo sprint l’olandese Jan Janssen.
I ciclisti in discesa dal Mont Ventoux non sapevano ancora nulla di quanto stava accadendo a Simpson, così come ignoravano che un elicottero lo stava trasportando d’urgenza all’ospedale di Avignone, cercando disperatamente di salvargli la vita. Ma ormai era troppo tardi, e una volta giunto all’ospedale i medici non avevano potuto fare altro che constatarne il decesso.
Un’ora dopo, nella sala stampa del Tour, in una chiesa sconsacrata di Carpentras, il dottor Dumas aveva letto il comunicato ufficiale della morte di Tom Simpson, aggiungendo che: “I medici hanno deciso di rifiutare il permesso alla sepoltura“.
Questo significava che si sarebbe dovuta effettuare un’autopsia per stabilire le cause esatte del decesso. Infatti, anche se la notizia non era ancora stata ufficialmente comunicata ai giornalisti, erano stati trovati i tre tubetti di anfetamine nella tasca di Simpson, ed immediatamente consegnati alla Gendarmerie. Il procuratore locale aveva aperto un’inchiesta, e quella notte stessa i tecnici al seguito della squadra britannica erano stati sottoposti ad interrogatorio. Anche la camera d’albergo dove Simpson soggiornava era stata perquisita, e la polizia francese vi aveva rinvenuto altre dosi di anfetamine.
Venti giorni dopo la tragedia del Mont Ventoux, il 2 agosto 1967 venivano resi pubblici i risultati dell’autopsia, secondo la quale le dosi di stupefacenti ingerite da Tom Simpson non erano state la causa diretta della sua morte. Questa veniva infatti imputata a una serie di fattori concatenati tra loro: il colpo di calore, lo sforzo fisico e la rarefazione dell’ossigeno, che avevano determinato un collasso cardiaco. Ma senza l’assunzione delle anfetamine, che avevano alterato la sua percezione della fatica e della sofferenza, tutto questo non sarebbe certamente avvenuto.
In quelle settimane la tragedia di Simpson e le immagini della sua morte, registrate dalle televisioni, avevano colpito profondamente non solo il ciclismo, ma l’intero mondo dello sport. I giornali europei avevano dato un grande risalto ai fatti accaduti sul Mont Ventoux. E per la prima volta nella storia si era cominciato a parlare di “lotta al doping“. Il vaso di Pandora delle sostanze dopanti era stato appena scoperchiato.

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